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OPINION

Il vulcano e la folla: l'Etna, il turismo e il rischio raccontato da fuori

La Redazione300 wordsEdition83venerdì 14 agosto 2026 — Edizione № 83

Le cronache di questi giorni raccontano l'Etna come uno spettacolo e come un problema. Da una parte le immagini di lava fusa che scorre lungo i pendii, con escursionisti che guardano incantati; dall'altra l'aeroporto di Catania fermo, le cancellazioni a catena e i piani di decine di migliaia di viaggiatori sconvolti nel cuore dell'estate. Il mondo guarda la Sicilia e vede un paradosso: il luogo più bello e più fragile d'Europa, capace di attrarre folle e di respingerle con la stessa forza.

Le nostre pagine hanno seguito questa doppia narrazione, dal New York Times alla Deutsche Welle. E emerge un ritratto che ci è familiare: il turista che si avvicina al cratere senza equipaggiamento, spinto dalla meraviglia più che dalla prudenza, mentre le guide locali lanciano avvertimenti. È una scena che dice molto del nostro tempo, dove l'esperienza estrema diventa un bene di consumo e il rischio un ingrediente del racconto da condividere.

Ma la copertura straniera, nel suo sguardo rapito e ansioso, rischia di perdere il punto. Per chi vive all'ombra del vulcano, l'Etna non è un'attrazione né solo una minaccia: è una presenza costante, un compagno di vita che detta ritmi e silenzi. La cenere che ferma gli aerei è la stessa che fertilizza i campi e disegna i tramonti. È una relazione di lunga durata, fatta di adattamento e rispetto, che difficilmente trova spazio in un titolo.

Forse è questo che il mondo fatica a raccontare dell'Italia: non gli eventi, ma la loro dimensione quotidiana. L'eruzione è una notizia; conviverci è una civiltà. E mentre i voli riprenderanno e i turisti torneranno, la montagna resterà lì, a ricordarci che la bellezza, da queste parti, non è mai stata separata dalla sua forza. Sta a noi, e a chi ci guarda, imparare a leggere entrambe le cose insieme.

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